La risorsa Mare


mare

Le politiche del mare negli ultimi anni hanno conosciuto, nel nostro Paese, una particolare fase involutiva; una stagione che, già all’indomani dell’insediamento del Governo Berlusconi, definimmo inverno del mare. A cominciare dalla decisione del Ministero dell’Ambiente di ridimensionare la struttura che, al suo interno, si occupava delle vicende del mare; unico luogo che riassorbiva competenze diverse e restituiva una visione d’insieme dei conflitti e delle complessità che caratterizzano il territorio mare, senza prevedere alcuna nuova Direzione che se ne occupi specificamente; al contrario, ha provveduto a commissariare l’Icram, l’istituto centrale di ricerca applicata al mare, ributtandolo in un ambito di incertezza e mortificando i tentativi per restituire un profilo più dignitoso all’organismo.

Il trattamento degli slops

Una recente vicenda è emblematica ed utile a fotografare la situazione delle politiche del mare nel nostro Paese. Da alcuni mesi a questa parte, le navi petroliere che arrivano nei porti nazionali non possono più conferire le acque di lavaggio alle stazioni attrezzate a terra. Dai primi di agosto, infatti, è in atto una vera e propria serrata da parte degli impianti di trattamento degli slops - così sono indicate le acque di lavaggio -. Questi hanno sospeso il servizio all’indomani della pubblicazione del decreto che, adeguando la normativa nazionale a quella europea, obbligava gli impianti stessi ad ottemperare a quanto previsto dalla legge Ronchi sui rifiuti, esponendoli di fatto a controlli maggiori. Un decreto, salutato con enfasi come un provvedimento che avrebbe finalmente portato il nostro Paese all’avanguardia, che si è rivelato in realtà un vero e proprio boomerang ambientale - per il modo in cui è stato messo a punto e varato - e che sta determinando un innegabile aumento dell’inquinamento dei nostri mari. Da mesi ormai le navi hanno superato il limite di carico delle acque di lavaggio ed è fin troppo facile immaginare che armatori e comandanti stiano risolvendo il problema in mare aperto, lontano da occhi indiscreti e, soprattutto, a costo zero. Una dimostrazione lampante che le politiche del mare registrano una buona dose di improvvisazione da parte dell’amministrazione centrale, causano le proteste non solo di Legambiente ma, in questo caso, persino dell’Unione Petrolifera e contemporaneamente stimolano una risposta di sapore corporativo da parte dell’imprenditoria. Infatti, la decisione delle imprese di trattamento delle acque di lavaggio di chiudere i propri impianti sembra rimandare ad atteggiamenti gelosi dei vantaggi acquisiti e delle proprie prerogative.

La pesca

Il quadro che abbiamo rappresentato è utile anche per leggere quanto avvenuto nel corso di questi anni nel settore della pesca, un settore verso il quale Legambiente ha sempre dimostrato grande attenzione e capacità d’iniziativa. In questo caso le misure adottate dall’amministrazione centrale sono state improntate a quella sfrenata logica di uno sciagurato laissez faire che caratterizza tante iniziative del Governo Berlusconi. I provvedimenti emanati dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (competente sulla pesca) sono tutti caratterizzati da questa cifra: deroghe, restrizione della vincolistica, liberalizzazione delle aree di pesca ed atti simili, che hanno rappresentato un vero e proprio smantellamento delle già timide politiche di gestione dell’attività di pesca messe in atto negli anni precedenti.

Dall’allargamento delle norme per la pesca con il cianciolo al recente provvedimento sugli "attrezzi da posta" - che ha riaperto, nei fatti, la pesca con le reti spadare - fino al decreto che ha liberalizzato la pesca del pesce azzurro in Adriatico, le decisioni assunte dal Ministero delle Politiche Agricole sono state ispirate ad una sorta di prepotente liberismo che spesso non ha tenuto conto neppure delle richieste avanzate dagli stessi rappresentanti di categoria. L’impressione è che il Governo, piuttosto che ingaggiare con Bruxelles una partita per reclamare maggior protagonismo per la pesca italiana, abbia inteso risarcire con deroghe e misure dal sapore clientelare una categoria e un settore oggetto di un pesante ridimensionamento da parte delle decisioni assunte a Bruxelles. Infine, per la prima volta quest’anno, si è assistito alla proroga secca del Piano Triennale della pesca, ulteriore segnale della difficoltà di programmazione che caratterizza la politica del Ministero.

D’altro canto, la novità rappresentata da un piano d’azione specifico per il Mediterraneo messo a punto dal Commissario europeo per la pesca, non sembra andare per ora nella direzione auspicata. Quello che doveva essere uno strumento per affrontare i temi della pesca mediterranea con un approccio innovativo, che si preoccupasse di ridurre lo sforzo di pesca, si sta rivelando in realtà l’ennesima occasione perduta: una serie di provvedimenti che affrontano solo marginalmente i problemi di buona gestione della fascia costiera e di corretta tutela dell’ecosistema e che finiranno, probabilmente, con il ridimensionare un settore già abbondantemente in crisi, costringendo parte degli operatori in situazioni di marginalità rispetto al mercato del lavoro.

Le iniziative adottate per migliorare la qualità del prodotto e garantirne la tracciabilità sembrano più improntate ad operazioni di cosmetica che a interventi di carattere strutturale. A cominciare dall’obbligo di etichettatura per il pesce, in virtù del quale il consumatore oggi è in grado di capire solo se il pesce proviene da allevamenti o dal mare aperto e, in quest’ultimo caso, se è stato pescato nel Mediterraneo o altrove. Niente di più specifico: nessuna informazione che permetta di valutare la freschezza del prodotto, niente sul metodo di cattura.

Frattanto, restano ancora senza risposte appropriate i grandi problemi che affliggono la pesca nel nostro Paese, dall’impoverimento degli stock fino all’assenza di qualsiasi forma di regolamentazione dell’allevamento, un settore che ha conosciuto un vero e proprio boom nel corso degli ultimi anni. Le promesse di un quadro normativo capace di fronteggiare il fenomeno sono rimaste tali, e non hanno visto la luce neppure le linee guida per gli impianti di allevamento all’interno delle aree marine protette. Realizzare un impianto di maricoltura in queste aree è semplice quanto realizzarlo altrove: non a caso uno dei più grossi d’Europa si trova proprio all’interno dell’area marina protetta di Porto Cesareo.

Un discorso a parte merita la pesca del tonno. Anche in questo caso, va denunciata l’incapacità da parte dell’amministrazione centrale di fronteggiare un fenomeno che sta conoscendo una crescita esponenziale, complice il vero e proprio boom di consumi che si sta registrando in Giappone. La politica delle quote adottata finora non sembra aver dato i risultati sperati: l’obiettiva difficoltà ad effettuare controlli (la vendita del prodotto avviene in mare aperto) ha favorito l’aumento dello sforzo di pesca su questa specie estremamente remunerativa, mentre gli stock di tonni stanno conoscendo un progressivo impoverimento. Il Mediterraneo è diventato ormai il teatro preferito dalle navi-fattorie coreane e giapponesi, che caricano il pescato direttamente dalle marinerie dei diversi paesi. Parallelamente, si sta sviluppando in maniera assolutamente incontrollata il fenomeno dell’allevamento in gabbia di esemplari da ingrasso, una pratica già affermata in Spagna e che in Italia sta creando non poche conflittualità: alle due gabbie al largo di Castellammare del Golfo (TP), se ne stanno aggiungendo molte altre anche in aree di particolare valenza naturalistica; inoltre l’allevamento dei tonni in gabbia rende ancora più problematico il controllo delle quote di cattura assegnate.

In definitiva si può dire che il disordine sopra il mare è grande, ma la situazione non è affatto eccellente: la politica europea di quote e demolizione delle imbarcazioni per ridurre lo sforzo di pesca sembra aver diminuito le flotte, ma ha influito solo minimamente sulla capacità di cattura. Del resto non poteva essere altrimenti: si tratta di strumenti di gestione trasferiti tal quali dai mari del nord al Mediterraneo, senza averli tarati sulle specificità e le caratteristiche delle flotte mediterranee. Ad eccezione della pesca di tonno e pesce spada, redditizie ma molto limitate in termini di occupati, il grosso della nostra flotta è rappresentato dalla piccola pesca. Il 64% delle nostre barche sono sotto le 10 tonnellate ed operano ognuna con più attrezzi, ciascuno dei quali collegati allo stadio di maturità della risorsa verso la quale ci si indirizza, spalmando, per così dire, lo sforzo di pesca su più aree e su più risorse. Questa struttura dell’attività di pesca più che di quote o di interventi mirati alla singola risorsa avrebbe bisogno di politiche di gestione integrata: gestione di bacino per le risorse comuni - i grandi pelagici - e politica di consorzi, di fermi biologici finalizzati alla reale ricostituzione degli stock, di valorizzazione del pescato nazionale, di attenzione alla pesca costiera artigianale. Infine un’iniziativa positiva: la recentissima presentazione della proposta di legge sull’acquacoltura biologica, nata dalla stretta collaborazione fra Verdi, Aiab, cooperative della pesca e associazioni ambientaliste.

Le acque di balneazione

Più disattenzione e meno controlli: può essere sintetizzato in questa formula l’approccio del Governo ai problemi legati alla qualità delle acque. Emblematico il caso relativo alla pubblicazione del rapporto sulle acque di balneazione da parte del Ministero della Salute, che, per il primo anno dai tempi del Ministro De Lorenzo, ha mancato l’appuntamento con l’informazione al popolo dei bagnanti. Per avere notizie sui tratti di costa balneabili si è dovuto attendere fino alla fine di agosto, un periodo in cui ormai la stagione balneare si poteva abbondantemente considerare conclusa. Inoltre, quest’anno si è registrato un deciso passo indietro nello stato di salute del nostro mare. Rispetto all’anno precedente infatti i dati hanno fatto registrare circa 50 km in più di costa temporaneamente vietata, per inquinamento, alla balneazione.

Più preoccupante ancora appare la situazione dei fondali, se si considerano le analisi dei sedimenti effettuate all’interno del programma di monitoraggio 2001-2003 realizzato dalle Regioni per conto del Ministero dell’Ambiente. I risultati, divulgati proprio quest’anno da Legambiente -che ha denunciato una buona dose di disattenzione da parte del Ministero nell’attività di comunicazione degli stessi- confermano una situazione abbastanza compromessa, in particolare per quanto riguarda la presenza di metalli pesanti. Non hanno fatto eccezione purtroppo neanche i fondali di alcune aree marine protette, dove si sono registrati valori particolarmente significativi di inquinanti.

Ma l’estate passata può essere ricordata anche come la stagione delle pilotine a secco. Grande scalpore ha suscitato l’esternazione sulla stampa del Comandante della Capitaneria di Porto di La Spezia che ha denunciato l’impossibilità di rifornire di carburante i mezzi navali, a causa del taglio dei fondi predisposto dalla finanziaria. Le Capitanerie, di conseguenza, hanno dovuto rinunciare a molti servizi di controllo e vigilanza, conservando il carburante per le attività di soccorso in mare.

Le carrette del mare

Quello trascorso è stato anche l’anno della Prestige. Affondata proprio un anno fa al largo delle coste galiziane, la petroliera liberiana ha rappresentato l’ultimo e più grave incidente nella storia del trasporto di derivati del petrolio; un episodio segnato dagli errori umani, dalle carenze tecnologiche e dalle rigidità insite al sistema del trasporto di questi prodotti. Si direbbe che nel corso degli ultimi anni si siano intensificati i rischi connessi al trasporto di olio pesante, altamente inquinante e di modesto valore; un prodotto pericoloso che, per garantire significativi ritorni economici, si preferisce far viaggiare su navi prossime al disarmo. Non si può ritenere dunque un caso che gli incidenti più recenti abbiano coinvolto navi che portavano questo prodotto così difficile da recuperare, come ben sanno i volontari di Legambiente che hanno partecipato alle operazioni di pulizia delle spiagge galiziane. I due più gravi incidenti avvenuti in acque europee nel corso degli ultimi anni, quello della Erika e quello della Prestige, hanno contribuito, se non altro, a migliorare la normativa in questo settore. Lo stesso decreto interministeriale che impedisce l’attracco nei porti italiani delle navi substandard che trasportano olio pesante, ha visto la luce proprio sull’onda emotiva dell’incidente della Prestige. Analogo provvedimento è stato adottato più recentemente in sede UE, mentre è stata inoltrata formale richiesta all’IMO (International Maritime Organization) perché queste misure vengano estese anche ai traffici internazionali.

L’azione di Legambiente

L’attività e il ruolo di Legambiente sulle vicende relative al mare sono cresciuti enormemente nel corso di questi anni. La redazione di Mare Monstrum da un lato -il dossier annuale che illustra il panorama delle illegalità che si consumano lungo i litorali italiani- e della Guida Blu dall’altro -la classifica delle località costiere e delle spiagge più belle del nostro Paese, realizzata in collaborazione con il Touring Club Italiano- sono prodotti esemplificativi che testimoniano la modalità d’azione consolidata di Legambiente. Da un lato l’attività vertenziale, fatta di denunce, di dossier documentati, di bandiere nere e quant’altro serva a restituire i diversi livelli di aggressione al territorio mare, dall’altra la valorizzazione delle qualità territoriali attraverso l’assegnazione delle vele, una pratica che nel volgere di pochi anni si è imposta con una straordinaria forza comunicativa riuscendo a soppiantare marchi e iniziative di più antica tradizione.

Con La Nuova Ecologia inoltre abbiamo collaborato alla realizzazione di Blumare, il bimestrale dei parchi e delle aree protette marine che si è rapidamente imposto come punto di riferimento per gli operatori del settore e per un discreto pubblico di lettori interessati all’argomento. L’iniziativa, che si prevede di proseguire anche per gli anni a venire, ha da poco anche un sito internet, vero e proprio magazine elettronico con aggiornamenti settimanali sul mondo del mare protetto italiano e internazionale.

Ma l’iniziativa di Legambiente sul mare non si limita ovviamente alle pubblicazioni e alle attività editoriali. Della collaborazione con il mondo della pesca si è fatto cenno; vale comunque la pena di ricordare il lavoro triennale svolto in stretta collaborazione fra Legambiente e Lega Pesca per la pulizia dei fondali delle zone più pregiate delle aree marine protette, un lavoro che ha consentito una reale azione di bonifica, ma che soprattutto -e meglio di tante parole- ha consolidato una rete di rapporti e relazioni che rappresenta in molti casi ancora oggi la struttura portante delle iniziative dell&r quo;area marina protetta.

Ispirato alla collaborazione e al confronto è stato anche il tavolo dell’accordo volontario fra le associazioni ambientaliste, gli industriali del settore, i sindacati e i ministeri competenti in materia di traffico marittimo di sostanze pericolose. Sebbene le amministrazioni coinvolte non abbiamo brillato per iniziativa in questa direzione, l’accordo volontario ha fatto registrare una serie di iniziative concrete -prima fra tutte l’esclusione delle monoscafo che trasportano idrocarburi dalla laguna di Venezia- che hanno migliorato alcune performance ambientali nel nostro Paese.

Per quanto riguarda Goletta Verde, sebbene sia la prima campagna realizzata dalla nostra associazione, si può dire che ha saputo rinnovarsi negli anni ed imporsi come solido punto di riferimento per tutti i problemi del mare, dalla pesca al trasporto di sostanze pericolose, dalle aree protette marine alla portualità turistica, passando per le mille speculazioni sulla fascia costiera e gli ecomostri.

E infine, a questo proposito, non si può non ricordare, fra gli elementi di successo della nostra attività, la novità riscontrata sul Dizionario Zingarelli che ha inserito, fra le sue voci, il termine ecomostro. È un episodio che, meglio di altri, dà il senso della capacità di penetrazione delle nostre battaglie e delle nostre iniziative nel sentire comune, fino ad entrare nel vocabolario di ognuno di noi.

 

[VII Congresso nazionale] • [Aree tematiche]

Temi:
Pubblicato il28 novembre 2003